L'interno dall'esterno - la Matita bianca
  • L’interno dall’esterno


    C’è un piacere tutto unico che non ha eguali nel passeggiare con il naso all’insù a osservare, da fuori, l’interno delle case degli altri.

    Il nostro paese in questo è poco complice: la tendenza è quella di nascondersi dietro a ogni genere di tendaggio o altro strumento per la privacy.

    Rimangono da osservare, pertanto, le nuove case appena costruite ma abitate: nude e spoglie così come la mamma impresa le ha fatte.

    La mia casa, ancora in corso di sistemazione visto il recente trasferimento, è a sua volta “osservabile”: la sera si notano spuntare come funghi le piantane abat jour illuminate, i led della cucina- laboratorio accese da presto per esigenze di bebè, la stanza dei giochi dove brilla eterea la luce rosa del mappamondo Atmosphere.

    Per quanto mi riguarda, adoro osservare gli interni dall’esterno: mi domando a quale zona corrisponda la finestrella più piccola o il finestrone panoramico,  il tipo di rivestimenti scelti e l’arredamento.

    La scena più interessante e facilmente osservabile si svolge la sera quando l’interno diventa un quadro vivente, come Edward Hopper insegnava.

    Nighthawks, Edward Hopper interno esterno spazio continuità

    Nighthawks, Edward Hopper

    Questa passione segreta è nata da bambina e proseguita da adulta.

    Quando sul far della sera dopo il tramonto del sole e la nave che si accingeva a salpare (sono cresciuta guardando il mare), ammiravo i quadratini scuri dei palazzi lontanissimi illuminarsi man mano che la sera avanzava.

    Non ne vedevo l’interno ovviamente, ma restavo affascinata da questo spettacolo serale quotidiano e sempre diverso tanto che la notte mi addormentavo guardando fuori senza abbassare la tapparella.

    skyline crepuscolo panorama

    L’ora del crepuscolo, le luci che si accendono

    Durante qualche viaggio all’estero ho potuto finalmente assecondare questa passione senza sembrare poco discreta come succede in Italia: con piacere ho assaporato il concetto della mancanza di “soluzione di continuità” osservando gli interni mentre passeggiavo per la strada.

    Ccosì l’interno e l’esterno si compenetrano in Germania (anche) per una questione di poca luce solare, a Parigi per una (spudorata) questione di vanità, in California per una (comprensibile) questione di panorama sull’oceano (e come dargli torto).

    In architettura, Mies Van der Rohe fu il precursore: eliminò i muri perimetrali oltre a quelli interni. E lo fece per una pura questione di genio: l’architettura e il mondo circostante insieme a formare un’unica, sola, opera d’arte.

    Il rapporto di interazione fu un crescendo: nel caso del Padiglione Barcellona (1929) con il patio-scultura da lui stesso pensato, nel caso di Farnsworth House con la natura del bosco circostante (1950), nel caso del Seagram Building con la piazza da lui stesso pensata, nel caso della Neue National Gallery con l’intera città di Berlino (1968).

    Il segno lasciato in Architettura dall’eliminazione dei muri è stato un punto di non ritorno.

    L’interazione dell’interno con l’esterno è un’ottimo punto di partenza:

    • per rendere la casa uno spazio vivente, rinnovato, piacevole e sempre attuale
    • per beneficiare della luce e far sì che questa modelli l’interno e le sue forme
    • per svagare lo sguardo “oltre”, nel piacere della contemplazione

    questo vale naturalmente anche se non si ha il privilegio di un gran panorama, e sia nel caso in cui fuori regni il caos della città che “sale” (Umberto Boccioni, docet), sia nel caso in cui sia la natura a mostrarsi in tutto il suo divenire.

     

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    Farnsworth House, Mies Van der Rohe

     

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